La poesia è un destino intervista ad Andrea BassaniData pubblicazione: 24-04-2017

Il poeta Andrea Bassani pubblica nel 2016 il poema Lechitiel (Terra d’Ulivi edizioni). Una sua silloge tratta da Lechitiel è pubblicata e recensita dalla poetessa Maria Grazia Calandrone sulla rivista internazionale “Poesia” del Febbraio 2016, n°312(1). Per il suo poema riceve una  lettera di critica positiva dal Cardinale Gianfranco Ravasi e la segnalazione di Franco Manzoni sul Corriere della Sera, inserto “La lettura” n°275, del 5/03/2017 (2). Riceve, inoltre,  una critica alla poetica da Bernard Tiburce, bibliotecario del Centro Pompidou di Parigi(3).  Parallelo e altrettanto vissuto come espressione poetica è il suo percorso pittorico.

 

1. L’armonia che conferisce musicalità alle tue poesie nasce da un ordine che si è stabilito nel tempo o da un disordine  che è stato illuminato?

C’è un disordine che riordino. Se è vero che scrivere è mettere in ordine, per me scrivere è ordinare un disordine interiore. O meglio, più che di un disordine si tratta di un’insofferenza che tenta di portare caos ed io intervengo con la poesia e la ordino, la metto in riga.

2. Se scrivere, per te, “è mettere in ordine”, disegnare cos’è?

Disegnare è lasciarsi mettere in ordine. Io disegno come scrivo, per me non c’è differenza. Il disegno, infatti,  nasce da un verso che non arriva. Ho la penna sul foglio in attesa di un verso e, invece,  arriva una linea, poi due, che diventano tre, che diventano un disegno, ma lo stato di coscienza o di non coscienza di quando disegno è pressappoco simile a quello di quando scrivo:  io vado in una forma di assenza, diversa da quella della poesia scritta, in quanto benefica, totalmente benefica. Il disegno mi scarica, mi rilassa e in qualche modo mi cura. Anche la poesia mi cura, ma è qualcosa che vivo con una maggiore violenza, perché è un parto che richiede più forze, più energia, più sofferenza ed è anche qualcosa che, quando se ne va, quando esce dal mio corpo, dalle mie dita, mi lascia sfinito, spossato, stremato come se avessi appena corso la maratona della sete. Questo non accade con il disegno. Però sia nel tempo del disegno che in quello dello scrivere – o sarebbe meglio dire nel non-tempo del disegno e nel non-tempo dello scrivere –  io vivo sempre il tutto con lo stesso fine: per me è fare poesia, è esprimere un messaggio poetico. Nel disegno quindi non c’è nessuna ambizione tecnica, nessuna ambizione pittorica, il fine è sempre lo stesso con l’unica differenza che  invece di scrivere parole, traccio linee.

La ricerca dell’essenzialità è un percorso poetico che prosegue nel disegno.

Ed è una ricerca consapevole, voluta?

Non è che la stia facendo in maniera consapevole, sta accadendo. Le cose accadono. Io sono sempre stato vittima degli avvenimenti. Sono stato travolto dalla poesia, dalla ricerca, dalla spiritualità, dalla fede. Non ho cercato niente di quello che ho, di quello che ho incontrato. Chi cerca non trova. Bisogna rimanere svegli, attenti, e aspettare. Le cose se devono accadere, accadono, ti piovono in testa. La poesia non è una cosa che ottieni, la poesia è un destino, è una cosa che accade. Ti capita la poesia.

3. Attraverso l’arte e la sua astrazione è possibile arrivare a comprendere qualcosa che esiste ma non è rivelato?

Sì, assolutamente! L’artista è sempre un canale. È artefice incosciente ed esecutore. Impugno la penna e sono impugnato. C’è un lungo braccio che comincia dal nulla  e tende verso l’infinito ed io sono una porzione di questo braccio, ma non sono io che lo muovo. Non ho volontà di movimento nell’arte né di decisione, eseguo un movimento che nasce da prima di me e non so dove andrà a terminare, un po’ come l’onda in mezzo al mare che non sa da chi è spinta e non sa dove andrà a morire.

4. Perché hai scelto di disegnare con una penna, piuttosto che con pennelli o art pen?

Utilizzo lo stesso strumento per la scrittura in versi e per il disegno, perché il fine  è esprimere un messaggio poetico. Passare a art pen o pennelli nel disegno vorrebbe dire rinunciare a questo messaggio per pormi con ambizione pittorica. Ma io non voglio esprimere la pittura: voglio esprimere la poesia. Il mio disegno è come la canzone per Leo Ferré, che non aveva ambizioni canore. A lui non  importava la tecnica, non era il canto che gli interessava. Usava la voce come una penna, cantava la poesia e  per cantare la poesia, per scriverla, per disegnarla, affinché  la poesia si lasci afferrare, è necessario rimanere poveri.

5. “De la musique avant toute chose”, scrive Verlaine in Art poétique. A diciannove anni hai costituito una blues band del quale eri il  cantante, i tuoi versi hanno una meravigliosa musicalità, e il tuo sito www.andrea-bassani.com  si apre con il brano “L’uomo che ascoltava la malinconia”, composto da te. Che cos’è la musica per te?

La musica è per me esattamente ciò che intendeva Verlaine. Non la musica che esce dal violino o dal pianoforte, ma la musica che viene tradotta con il violino, con il pianoforte, con la voce, con la scultura, con la pittura, con la poesia. La musica è l’ispirazione, una voce insonora che non si ascolta, che non giunge all’orecchio, ma che si sente con qualcosa di noi, con qualche antenna interiore di cui disponiamo e che poi traduciamo in altro, in arte, in note se non in parole, se non in tele, o incisioni, o disegni. L’ispirazione poetica è questa musica, è la stessa creatura. Per me fare poesia è seguire la musica. Quindi la musica viene prima di tutto, perché la musica è la radice, la genesi, la madre di tutte le arti, ma  questa musica: una musica che non ha né forma , né colore, né suono.

6. In Lechitiel canti la bellezza, ma  qual è la tua vera musa?

La mia vera musa non è la bellezza. La bellezza è la mia antagonista, la mia grande nemica. La mia musa è la musica, la musica di cui abbiamo appena parlato e che abbiamo chiamato “musica” perché  noi abbiamo bisogno di dare nomi alle cose. E così chiamiamo Dio, chiamiamo il vento, il fuoco, chiamiamo la musica, chiamiamo la poesia, ma chissà chi c’è dietro questi nomi! Forse chiamiamo sempre la stessa cosa con nomi diversi. Io penso che la mia musa, qualunque sia, qualunque nome realmente abbia, provenga dalla dimensione da cui giunge quella musica di cui abbiamo parlato. È questo il fascino della poesia: non conoscere il segreto di chi si nasconde dietro le parole, dietro i nomi.

7. Nel “Cantico della bellezza” un verso recita: “è la bellezza la regina del mondo./ Tutto il resto sono schiavi che le corrono incontro/ e si buttano supini ai suoi piedi/ pregandola perché li calpesti almeno una volta.” (da Lechitiel, Terra d’ulivi edizioni – “Cantico della bellezza” –  pag. 108). Cosa significa per te contemplare una bellezza fisica e cosa, invece, contemplare un’opera d’arte?

È totalmente diverso. La bellezza in movimento, quella fisica,  è una bellezza che assume un valore straordinario  proprio nel suo essere in movimento, nel suo essere viva e quindi sfuggevole. Ha gambe per scappare, per allontanarsi, ha mente per pensare, ha voce per rifiutarti,  e quindi è una bellezza che passa e scompare  e proprio per questo assume un valore inestimabile, straordinario, prezioso. La bellezza di un’opera d’arte è statica, provoca meno dolore nell’esteta perché  è accessibile quando e come l’esteta voglia. Io posso andare agli Uffizi, prendere  una sedia e stare un’ora davanti alla Venere del Botticelli. Che cosa c’è di più bello della Venere del Botticelli? Niente! Però io ho accesso a quella bellezza quando  e come voglio. La bellezza di una donna  – o per te di un uomo – invece passa e se ne va e scomparendo crea un dolore misterioso,   che non riusciamo a gestire, che muove tante altre cose dentro di noi  e per questo è insopportabile. La bellezza è insopportabile, è offensiva.

Perché offensiva?

È offensiva perché genera la bruttezza, genera la non bellezza, crea distanza, snobba, passa oltre, calpesta. Non ha pietà la bellezza, non ha umanità. La bellezza è lilitiana, è lunare, è collegata ad una figura apparentemente angelica, ma ha un animo diabolico, nasconde un mostro. Bisogna fare molta attenzione alla bellezza. molta attenzione.

Tu insegui ancora la bellezza?

Assolutamente no. La subisco chiaramente ancora, ma non la inseguo perché ho capito che è un’illusione. Inseguo un’altra bellezza, che non è quella estetica ma che è la bellezza interiore, la bellezza del mistero, la bellezza della magia, la bellezza della saggezza, la bellezza della sensibilità,  la bellezza della carità, la bellezza della misericordia, la bellezza della compassione. Queste sono le bellezze che inseguo ora.

8. Se in questo momento io ti dicessi: “Guardami” ?

Mi viene in mente un mio disegno. Lo sto vedendo ora, nella mente.

È di  fortissimo impatto emotivo l’ “incontro” con quel disegno!…

È molto forte perché c’è quella parola “Guardami” legata al disagio immediatamente successivo alla lettura della parola del non poter guardare nessuno, perché tutte le figure hanno occhi che guardano altrove. Il disegno ti chiede di essere guardato, ma non ti guarda. È una lontananza.

E tu chiedi di essere guardato?

Io chiedo di essere amato.

9. Hai parlato di lontananza. Che cos’è, per te, la lontananza?

La lontananza è dolore, per me è stata sempre dolore. Poi c’è una vicinanza interiore nonostante la lontananza fisica: tu puoi essere lontano da qualcuno ma sentirlo dentro, sentirlo vicino. Dio è  lontano, ma al tempo stesso è dentro di te. Quindi la lontananza è un concetto probabilmente più fisico, più materiale. Quando due persone si amano sono un tutt’uno, possono essere lontane fisicamente – e questa lontananza crea dolore –  però non sono realmente  distanti. Quindi io penso che la vera lontananza sia il distacco delle anime, sia il distacco delle energie. Essere lontano da qualcuno o da qualcosa, per me, significa esservi distaccato a livello energetico.

10. Il futuro è potere divorante o attesa per te?

Quale futuro? Il futuro dell’uomo o il futuro dell’entità? Il futuro di colui che ti sta parlando o il futuro  di colui che è oltre, prima delle parole?

A te quale futuro interessa?

A me interessa il mio futuro, non quello di Andrea Bassani, perché io non sono Andrea Bassani. Andrea Bassani non esiste: è un’etichetta, è un nome, è un sacco che si svuoterà. Il futuro dell’uomo è la morte, è la distruzione. Il futuro dell’entità, dell’io, del vero io, è racchiusa nel verso:“Fatti non foste a viver come bruti ma per seguir virtute e canoscenza” (Dante Alighieri, Divina Commedia, Inferno,  canto XXVI, vv. 116-120) ovvero siamo fatti per imparare l’arte dell’amare, l’arte  del vivere insieme. Bisogna  imparare questo, soprattutto. L’essenziale  è imparare ad amare. L’anima, il nostro corpo spirituale, il nostro vero io  viene nutrito dal rapporto con l’altro fondato su  uno scambio emotivo d’amore che può non consistere  necessariamente nell’ abbracciarsi, baciarsi, stare insieme e guardarsi negli occhi. La carità, la compassione, l’attenzione verso il dolore altrui, anche piangere insieme a qualcuno, sedersi accanto a un disgraziato e disperarsi con lui nell’impossibilità di aiutarlo è scambio d’amore, cioè il tentativo di creare un’unione con gli altri nell’attenzione al dolore altrui. Tutte queste cose fanno sì che io possa avere un futuro. E quando dico “io” , non sta parlando Andrea Bassani. Non parla né il poeta né l’uomo, parla qualcuno che non sono io e sono vero io.

In Lechitiel tu scrivi “Chi cerchi non è qui” (LXXV, pag.90) Quel verso si riferisce 7certo ad altro, ma io lo recito per chiederti: dove sei? Dov’è quel qualcuno che parla e che – come  hai detto – non sei tu ed è il tuo “vero io”?

Sono qui, ma l’essere che fa parte di me, che avrà un futuro, un futuro perché immortale, non corrisponde alla figura di Andrea Bassani. Andrea Bassani è una figura mortale che sarà distrutta per l’eternità e questa è una consapevolezza importante, perché se noi non raggiungiamo questa consapevolezza continueremo ad identificarci con il nostro nome e cognome  e quindi ad avere davanti il traguardo unico  e comune della distruzione, della morte, della fine, del non più nulla per sempre, ma non è così. È qui che risiede il grande inganno, nell’identificarci con il nostro corpo fisico, con la nostra persona sociale, umana; nell’identificarci con il nostro sacco, con il nostro involucro piuttosto che con la sostanza. In questo modo quale prospettiva futura si ha davanti? Solo quella della morte, dell’oblio, del buio, del nulla. Abbiamo paura della fine perché  sbagliamo a identificarci. E commettiamo questo errore perché  non ci cerchiamo, perché non iniziamo un viaggio  per cercarci, per trovarci,  ma stabiliamo che noi siamo quello che vediamo nello specchio. Non è così! Ecco perché faccio queste distinzioni: una parte di me avrà un futuro, l’altra (il poeta,  Andrea Bassani, la figura sociale) non l’avrà, l’involucro morirà, sarà distrutto e quindi avrà un futuro breve, brevissimo. Noi dobbiamo pensare al futuro come alla nostra immortalità, che dipende da noi; è nelle nostre mani, perché se l’anima non viene nutrita finirà con lo spegnersi. Non dobbiamo dare cibo solo al nostro stomaco. Dentro di noi c’è qualcuno di molto più affamato.

11. Sei passato dal vivere una esistenza in alcuni momenti al limite ad una vita in cui ti sei posto tanti limiti. Il limite, questa linea di confine che un tempo hai più volte superato e che oggi, invece, scegli nel senso della rinuncia, cosa rappresenta per te?

Ho deciso controvoglia la limitazione. L’ho deciso come un uomo decide se essere fucilato o no. E chiaramente io ho scelto di non essere fucilato, ma questo ha comportato una serie di doveri molto impegnativi. Io credo che ogni uomo abbia un suo destino; c’è una grande strada maestra per ognuno di noi e la mia strada mi ha portato dove mi trovo adesso ed io non ho opposto resistenza,  ho accettato quello che  il destino mi ha proposto. È certo che l’evoluzione spirituale di un uomo comporta che il soggetto debba ribellarsi a se stesso. Si ingaggia  una lotta contro se stessi, l’uomo antico, l’uomo primitivo, l’uomo legato all’istinto del piacere, al cibo, al sesso, al vizio, alla lussuria si ribella all’uomo nuovo, all’uomo di luce che sta nascendo. C’è un conflitto interiore continuo  tra le nostre luci e le nostre ombre, tra i nostri demoni e i nostri  angeli e siamo un campo di battaglia, come recita un verso di Lechitiel“E già divento campo di battaglia, guerra e pace.” (LXII, pag. 75). Per raggiungere il mio obiettivo sono costretto a pormi dei grossi limiti, dei divieti. Non ci si arriva diversamente. È necessario lasciare tutto per strada. Si arriva nudi.

12. Vivere cosa significa per te?

Vivere è aspettare. Vivere, per me, è aspettare la vita. È attraversare una morte in attesa della vita. È  un’attesa consapevole, una lucida attesa in cui io semino luce, cerco di darmi al servizio della luce. Non mi preoccupo di me, non mi interesso più di me, ma mi adopero per quello che è necessario alla luce.

13. C’è un messaggio che vorresti lasciare più di ogni altro?

Il messaggio che vorrei lasciare è questo: “Non abbiate paura di morire. La morte non esiste. Amate,  perché voi sarete per quanto avrete amato.”

Gabriella Grande

Andrea Bassani (Bergamo, 1980). A diciannove anni, insieme a un gruppo di amici, costituisce una blues band del quale è cantante e si esibisce in locali notturni lombardi. A ventisei anni stampa la sua prima raccolta di poesie dal titolo Amore Androgeno (Edizioni d’arte Imedea). Per Alberto Casiraghy pubblica la plaquette Mare (Pulcinoelefante) con un disegno di Giacomo Pellegrini. Incontra la poetessa milanese Alda Merini, nel suo appartamento sui Navigli, alla quale sottopone i suoi scritti. Durante un secondo incontro la stessa poetessa lo invita a proseguire sulla strada della versificazione con più alte ambizioni. Nel 2007, in seguito a un’importante conversione spirituale, lascia famiglia, amici, lavoro e si trasferisce a Pistoia. Trascorre cinque anni d’inattività artistica durante i quali si dedica allo studio delle filosofie orientali e al volontariato.  Solo nel 2013, a seguito dell’incontro col prof. Ernesto Marchese, relatore di una serie di conferenze sulla poesia classica e contemporanea, ricomincia a scrivere. Il suo cantico della bellezza viene letto nelle sale affrescate del comune di Pistoia dalla compagnia teatrale “il rubino”. Una sua silloge tratta dal poema Lechitiel è pubblicata e recensita dalla poetessa Maria Grazia Calandrone sulla rivista internazionale “Poesia” del Febbraio 2016, n°312(1). Riceve due lettere di critica positiva dal Cardinale Gianfranco Ravasi (2). Riceve una critica alla poetica da Bernard Tiburce, bibliotecario del Centro Pompidou di Parigi(3). Otto inediti vengono pubblicati su Nazione Indiana(4). Pubblica nel 2016 per “Terra d’Ulivi edizioni” il poema Lechitiel. Alcune sue poesie si possono ascoltare su canali youtube. Parallelo e altrettanto vissuto come espressione poetica è il suo percorso pittorico. Nominato giurato per la prima edizione (2017) del premio di poesia Maria Maddalena Morelli “Corilla Olimpica” città di Pistoia  insieme ad Ernesto Marchese, Matteo Mazzone, Marco Marchi, Gabriella Grande, Giacomo Trinci, Antonella di Tommaso.
Attualmente vive a Pistoia.